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Proprio qui a Latina, esattamente
cinque anni fa, per una coincidenza che oggi non merita menzione
svestii i panni del maratoneta e indossai quelli del narratore.
Molte lune son passate da allora.
Tanti, forse troppi, colpi di pistola, in apparenza tutti uguali
eppure capaci nella loro unicità di trasmettere emozioni
differenti.
Correre e scrivere come fossero uniti in unico gesto, testa e
gambe, tastiera wireless e mizuno; punti e virgole per rappresentare
lap e finish time.
Pazzia. Pazzia prossima all'analisi,
ma sempre condita da un sano entusiasmo.
Crolla il muro delle tre ore e giù un poema, non si va
sotto ai 38 sui 10k e tra le lacrime parte un'ode all'eroico
corridore ancora una volta vinto dalla malasorte.
Come non spendere parole pregne di sentimenti dopo aver corso
con alterni risultati ora sulle strade di Madrid, ora su quelle
di Stoccolma.
La simbiosi è viva; sono a Central Park, il sogno di far
bene naufraga nei cessi chimici della Grande Mela, io non penso
più a come tagliare il traguardo, ma a come descrivere
una così grande emozione.
La pioggia di Londra sveglia dal torpore le mie membra affaticate
e subito le parole riempiono questo spazio fatto di orgoglio
e primavera.
Dal Canada a Quebec City corro più con gli occhi di chi
vuole catturare ogni impressione che con il passo di chi si illude
di far leggenda.
Storie, fatiche, sensazioni, fra queste è al passatore
che va la palma d'oro.
Cento chilometri come dice Don Feliziani sono un viaggio, un
viaggio nell'ignoto, un viaggio dentro se stessi, una metafora
della vita, ma anche un percorso fatto di case, piazze, palazzi,
genti, paesi, giorno, notte, sonno, fame, privazioni, gioia,
infinito.
Poi questo giocattolo, così
come vuole la regola si rompe, la corsa diventa priva di passione,
senza vere motivazioni. Generalmente va a braccetto con scuse
labili: almeno non ingrasso e mangio quanto voglio; in compagnia
si chiacchiera della vita e la vita si fa meno aggressiva...etc
etc
Sembra il non ritorno, ma fortunatamente non è così,
lontano lontano la fiammella brucia, cinque a chilometro a tratti
non è neanche un facile andare, ma sotto la brace qualcosa
cova.
Ed è così che un bel giorno arriva il caldo, e
"miracolo" mi accorgo di non soffrirlo, subito mando
una gamba a seguire l'altra con una passione che sembrava sopita.
Ora è freddo, ma non serve coprirsi tanto, basta spingere
con il ritmo giusto e d'incanto il microclima che mi circonda
è sereno e inebriante.
E' il segno, ci siamo, è
ora che si torni a fare una maratona come la mente vuole.
I cinquanta sono prossimi, i tempi di una volta non torneranno,
ma si volerà, dove volare vuol dire correre liberi da
frustrazioni, con la consapevolezza che ciò che verrà
sarà ancora una volta sogno. Il sogno di essere protagonista,
il protagonista dei miei passi.
-
- La gara
L'umidità è prossima al 100%, ma il bicchiere è
quasi pieno, non piove, quel poco di sole che a tratti fa capolino
non disturba, di vento solo pochi innocui refoli, il termometro
dice dodici e in corso d'opera poco crescerà.
E' l'ora di dimostrare, a se stessi in prima battuta, e a questo
mondo ricolmo di miscredenza che la fede è tornata.
C'è un copione da recitare: terminare sotto a 3h e 15
con una mia particolare gestione della fatica che un tempo fu
religione capace di fare proseliti sia in Astra che in galassie
lontane.
Si parte a 4,30 al km che fa 1h e 30 ai 20 km e 1h e 35 alla
mezza.
Mi scorta Filippo, il nemico di tante battaglie, oggi è
in bicicletta e il suo appoggio si dimostrerà tanto logistico,
quanto emotivamente partecipato. Per oltre due ore mi incita
continuando a dirmi, con ragione, che strappo un po' troppo.
E' vero, spingo sui piedi con forza, e questo mio andare non
è certo un esempio di fluidità, ma la regolarità
ai passaggi è impressionante. Li controllo di cinque km
in cinque km e al massimo mi discosto dal programmato di 2 o
3 secondi.
Sono nel parco nel Circeo, è bello ma lo sterrato è
pieno di insidiose di pozzanghere per la tanta acqua caduta fino
a poche ore prima del via. Sul lungomare finalmente torna l'asfalto,
sono dieci km in direzione nord: è incredibile, ma sembrano
tutti in salita, eppure ricordo una decina di anni fa di averli
percorsi in direzione opposta con la stessa sensazione.
- Al diciottesimo km la mente
vola ancora a un lustro or sono dove un Giancarlo più
giovane e super allenato, in questo preciso punto, stava per
passare alla mezza sotto all'ora e trenta quando d'improvviso
nacque una piccola vescica sotto al piede sinistro capace in
pochi attimi di far crollare il mio castello di carte.
- Esce il sole, mi spoglio, ero
partito con la maglia a manica lunghe e, grazie a Filippo che
ha portato il cambio, vesto la canotta che meglio si adatta a
quest'aria non più mattutina. Per un km circa ho corso
a petto nudo giusto il tempo di venire immortalato dalla fotografica
di un mio omonimo.
Ovviamente nessuno pagherà mai dieci centesimi per vedere
un simile "affronto" stagliarsi al fianco dell'incomparabile
bellezza del Circeo mentre si specchia tra le dune di Foce Verde.
Ai 20km sono un "secondo" sotto media, ma alla mezza
sono in anticipo di un amen.
Va bene, anzi meglio, da ora in avanti l'idea è di rallentare
progressivamente prevenendo quello che sarebbe il calo fisiologico.
Rispetto alla mia tabellina comincio a guadagnare circa 20 secondi
ogni 5km e questo o è frutto di quella baldanza che si
paga nel finale, o semplicemente valgo un tempo inferiore all'obiettivo.
La seconda che hai detto diceva quello !!!
Filippo continua a suggerirmi di accorciare il passo, ma io proprio
non ci riesco. Evidentemente o l'umidità non mi fa girare
al meglio le articolazioni o gli ultimi lunghi hanno lasciato
qualche strascico.
Al 30esimo un Calabrese di Soverato mi da un pezzo di barretta
al peperoncino che a nulla serve se non a porsi il dubbio che
possa farmi male oltre il lecito.
Km 35, tempo di bilanci: il polpaccio destro mi si è irrigidito,
sotto di lui, il piede che seppe di calcio mi da il classico
fastidio del bruciore da stress, sotto la pianta sinistra è
una piccola vescichetta a cercare popolarità, ma nel complesso
sto bene o se preferite, così come dice la pubblicità
della coca-cola, sto benissimo :
Sono dentro al tunnel.
Esatto, sono dentro al dolore, precisamente dove volevo essere,
e questa è la mia mission: gestire. Fuori dal tunnel,
non c'è divertimento, non c'è pathos, niente amorevivo
e mi nutro di questi km.
E' chiaro che non mi fermerò, e' chiaro che arriverò
per tempo, e chiaro che quando voglio so essere un maratoneta.
Rivendico eguale dignità di chi soffre per 5 ore o di
chi vola a 3 minuti al km. C'è una sola distanza ed è
quella che serve per arrivare ad Atene partendo da Maratona.
Latina è la mia 22esima Atene, è fatta, nessuna
bonifica, nessuna vendetta, solo pace e serenità.
Il tempo(3h.13.25) solo un dettaglio, la certezza di aver fatto
il "mio" la luce. Una piccola grande dedica a mamma
e un abbraccio virtuale a tutti quelli che, traguardo dopo traguardo,
si rimettono in discussione.
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- Gian Carlo Pelliccia
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